Questo che segue è stato il mio contributo alla costruzione di una visione della città per produrre un programma per la lista “La Comune” di Ferrara, impegnata nella campagna per le elezioni comunali di Giugno 2024. Quando mi è stato chiesto di presentare il mio intervento, ho pensato che fosse un’occasione preziosa, unica al momento, che mi/ci si stava offrendo per fare conoscere i nostri bisogni reali e pretendere che la politica vi faccia fronte, come è suo dovere e nostro diritto. Lo pubblico qui perchè, indipendentemente dalle opinioni politiche, la condizione della fragilità è vissuta, a mio parere, allo stesso modo da chiunque.


Più lento, più profondo, più desiderabile

Mi chiamo Daniela Cataldo, ho lavorato nella scuola elementare all’inizio della mia carriera. poi ho insegnato per tantissimi anni alle scuole superiori ed ora sono in pensione. Sono sempre stata interessata alla politica come presenza: mi piace essere là dove ci sono i nodi. 

Ho imparato da una maestra della scuola elementare, Anna, a osservare i ragazzi e le ragazze. Da un po’ mi interessa chi va male a scuola. Chi sparisce dalle aule, chi non ha mai i quaderni e i libri, chi provoca, chi dorme sui banchi, chi passa il tempo su internet. Questi ragazzi e ragazze attirano solo il biasimo “non sono adatti a questa scuola”, “è colpa dei genitori”, “è colpa di internet”. Scrivo delle mie esperienze sul blog unascuolafuoriclasse.it. Mi interessa chi è extra ordinaria, chi è fuoriclasse, fuori dalla “norma”, chi è visto come un problema, un errore. Mi sto impegnando per capire se è vero quello che penso. Penso che questi atteggiamenti non siano sbagliati, penso che siano invece segnali di sofferenza, una sofferenza aumentata dall’invisibilità, che la fa giudicare un vizio, una colpa. Fuoriclasse si riferisce anche alla ricchezza che ci consegnano questi ragazzi e ragazze, anch’essa nascosta a chi non sa guardare. 

Il disagio mentale ci intimorisce come qualcosa che non ci appartiene o che ci coinvolge solo nel privato. Credo che sia difficile identificarsi con l’umanità di chi manifesta tutta la sua fragilità. Ci sentiamo smarriti probabilmente perché ci viene il sospetto che quella fragilità rispecchi proprio la nostra. Eppure da quella che appare come follia, emerge un richiamo a guardare in profondità per vedere cosa non funziona nei nostri automatismi sociali e valoriali. I folli ci illuminano, ci richiamano alla mente la saggezza di Alex Langer, che sollecitava a rovesciare il motto olimpico latino che si traduce in più veloce, più alto, più forte, per esprimere la forma del nuovo benessere con i concetti opposti: più lento, più profondo, più dolce.

Il ritiro sociale, la dipendenza, l’anoressia, il suicidio, sono espedienti dei e delle giovani per gestire il senso di incapacità personale in un mondo che ti vuole perfetto nell’immagine e nella riuscita e che ti obbliga alla competizione senza se e senza ma. Anche la scuola ormai si adegua a questi standard, diventando così sempre più ostile alle necessità dei ragazzi e delle ragazze. Il disagio dei più sensibili ci interroga non su dove siano loro, ma su dove siamo noi, ci stimola a mettere in discussione quello che facciamo: più veloce, più alto, più forte è il modo giusto?

Sappiamo tutto dei tumori e del diabete, ci diamo consigli su terapie e specialisti, ma nulla che riguardi la salute mentale. Chi si trova in una situazione problematica non sa dove sbattere la testa: insegnanti, genitori, familiari. Alle fine si ricorre alla coercizione oppure si rinuncia all’aiuto. Le pur lodevoli iniziative di associazioni e istituzioni operano all’insaputa  di tutti gli altri, come se ci fosse uno spartiacque fra chi è dentro e chi è fuori. Si tende anche a rassicurare e a minimizzare. Oppure a  colpevolizzare. Non si ha consapevolezza che anche una condizione mentale specifica non impedisce una vita sana, allo stesso modo in cui una persona con il diabete non è malata. Sono convinta che si debba portare il benessere  psicologico all’ordine del giorno del discorso pubblico. La salute è un bene comune e non si distingue in fisica e mentale, ma è una sola. Servono concretezza e strumenti a portata di mano: come ci informiamo per la prevenzione di tante malattie, così dovremmo fare riguardo al benessere della mente.

È importante capire che i comportamenti apparentemente insani, per alcune persone sono l’unico modo per sopravvivere in un contesto che altrimenti provocherebbe la follia. Questa sensibilità avverte noi tutti, tutte, del rischio che corriamo: non dare voce alla sofferenza e non vederla, lo dicono gli esperti, la destruttura e la espande, la diffonde sottotraccia, finchè non si manifesta in violenza sfrenata e insensata. Occorre vederlo il disagio, dargli forma, dargli senso. Dargli un posto e un ruolo. 

Come dicono a Bologna, “ci vuole una città”. Ci vuole una città per dare risposte ai bisogni di salute. La salute come  bene comune, richiede luoghi e pratiche dedicate. Occorrono progetti partecipativi che costituiscano forme di collaborazione fra le diverse parti coinvolte: dalle singole persone, alle istituzioni, alle associazioni, fino al mondo imprenditoriale. Ormai esistono efficaci metodologie di dialogo, di formazione e di aiuto sia formali che informali,  come il dialogo aperto, l’università del benessere, la panchina dell’amicizia, in cui chi ha avuto un disagio diventa risorsa per gli altri. Il volontariato e i giovani devono diventare protagonisti.

La cura è nella socialità, nella relazione degli uni con le altre perchè è la comunità che è malata, non il singolo. Come quando si ha un malessere che ci impedisce di funzionare nell’insieme. Curarsi e dare cura sono interdipendenti. Coloro che sono a contatto con il disagio sono portatrici di esperienza e di sapere che non si acquisisce altrimenti. Possono essere dispensatori di benessere, insegnando ai noi “sani” ad entrare nel più lento, più profondo, più desiderabile. Possono dimostrare che la gioia non risiede solo nella mancanza di problemi. Che non c’è niente da aggiustare. Che stare bene è una ricerca, a partire da quello che si è.

Ken Loach ha detto “lavorare per costruire relazioni, per conoscersi, organizzando eventi che possano essere la base di comunità, far sorridere le persone. Questo è un lavoro politico. “ Far sorridere, dare gioia, allegria, speranza. Rallentare, esplorare la profondità delle persone scoprendone le potenzialità insieme ai bisogni, fornisce la materia per immaginare mondi che stimolino il desiderio di protagonismo e di cambiamento di cui abbiamo necessità ora più che mai.

Foto di adammarcus02 su Pixaby

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